DWA — Design Studio

Ritratto Sandro Fabbri -.jpg

“Progettare è dialogare. La creatività ha spesso bisogno di tempi più lunghi di sedimentazione”. Incontro Frederik e Alberto e la loro sincerità, l’ essere essenziali, (anche nell’ aspetto), mi hanno conquistato. Lo studio di design DWA, il loro spazio, è fatto di equilibri e messaggi immediati. Assenza di rindondii e accostamenti superflui.

Frederik e Alberto, in un bar, l’ uno difronte all’ altro, pochi minuti di silenzio separano da? Ci separano dal momento in cui iniziare a rispondere alle tue domande.

Due persone possono relazionarsi per così lungo tempo non perdendo mai la meta prefissata? È un compito impegnativo. Per questo abbiamo deciso di non essere i soli in studio e di trovare ispirazione anche fuori. Ci piace collaborare con altri creativi, scambiare opinioni. Poi la meta prefissata cambia… insieme a noi. Ci si unisce nel lavoro come per altre forme di interesse secondo schemi, sensazioni e a volte illusioni.

Quando avete deciso di “provare a provarci” chi eravate? In realtà non abbiamo deciso. Ci siamo semplicemente trovati a lavorare insieme. Da casa, sulla grande scrivania all’ ingresso. Ognuno sui propri progetti, che poi sono diventati condivisi. Ancora prima di rendercene veramente conto abbiamo dato alla luce DWA.

DWA esiste dal 2005, oltre al tempo, cosa è passato? Due traslochi, e il fatto che ora non siamo più solo noi due a progettare. Siamo cresciuti di numero e possiamo contare sull’aiuto di collaboratori che provengono da più parti del mondo, con esperienze e sensibilità molto diverse.

Come nel design, altre direzioni artistiche possono e devono a mio parere cambiare. Come si è evoluto DWA e quali sono le circostanze che hanno permesso questo? La tipologia di progetto è sicuramente variata nel tempo. Abbiamo spaziato da allestimenti e installazioni per vetrine a progetti di retail e interior design fino ad arrivare alla dimensione più ridotta dell’ oggetto. Avere più collaboratori in studio comporta un grande cambiamento nella gestione del lavoro e della creatività: è un processo che richiede molta energia ed esige uno sforzo, un impegno quotidiano. Comunicare la parte creativa del progetto non è sempre facile e immediata. Un’esperienza significativa è stata la collaborazione con Patricia Urquiola per il progetto dell’ hotel Room Mate Giulia a Milano. Patricia è vulcanica, riesce a trascinarti e a coinvolgerti nel suo pensiero, nelle sue visioni. Energia allo stato puro!

Meglio inglobare o perdere qualcosa, tralasciare…? Dipende. Bisogna saper distinguere le cose buone, che vale la pena di assimilare, da quelle cattive, che invece è meglio perdere. Siamo molto curiosi verso tutte le forme d’ arte e di ciò che ci circonda. Dal design, ma anche dai materiali e dagli oggetti che possono sembrare apparentemente banali, ma che ai nostri occhi rivelano una potenzialità e un’ anima. Nei nostri progetti tendiamo spesso a perdere qualcosa. Per perdere intendiamo rendere essenziali alcuni gesti, riuscire ad asciugarli per trovare un equilibrio, una sincerità, un’ immediatezza che renda chiaro il messaggio senza essere ridondanti.

Milano è una città che liberamente dona, ma penso che quando chiede di restituire non sia poi più così aperta e disponibile, cosa ne pensate? Siamo entrambi milanesi d’ adozione. Siamo arrivati qui senza vere conoscenze, nel caso di Frederik senza nemmeno conoscere la lingua. È una città che continua a regalarci sorprese ancora oggi, e negli ultimi anni il cambiamento positivo si è sentito in modo evidente. Milano ci ha donato molto, spesso pretende anche tanto, ma ci ha permesso di crescere ed essere indipendenti. Possiamo ritenerci fortunati.

Quello che si spera è che nell’ evoluzione materica del corpo, la memoria rimanga sempre attiva e reattiva. Quali progetti avete da affrontare? Avete adottato un antidoto per non passare mai nel dimenticatoio? Lo studio ha preso forma a piccoli passi, e l’ interesse per il nostro lavoro è cresciuto negli anni. I clienti ci apprezzano per la qualità di ciò che facciamo e l’attenzione che diamo a ogni progetto. Siamo sempre disponibili a rivedere le scelte iniziali per andare incontro alle esigenze del cliente senza compromettere il risultato finale e la nostra visione iniziale. Approfondiamo le problematiche per valutare strade diverse. E’ un processo che a volte va avanti sino allo sfinimento, ma che può diventare un aspetto positivo e regalare delle sorprese. Se il progetto ci appassiona diamo veramente tutto noi stessi. Sicuramente è un buon modo per non essere dimenticati.

Bisogna essere sensibili, captare le esigenze, inserire sempre la giusta riconoscibilità, (il marchio di fabbrica), ma quanto siete pignoli e “stronzi”? Siamo pignoli perché mettiamo in questione le nostre scelte e cerchiamo di vedere le cose in un’ottica sempre diversa. A un certo punto però bisogna sapersi fermare e fare la scelta che si ritiene più coerente (il marchio di fabbrica). E se il progetto lo permette, ci piace curare il più piccolo dettaglio, anche la posizione di un libro sul tavolo. Stronzi?…speriamo di non esserlo e di non diventarlo.

Quanto riuscite a imporvi per far sì che anche la più azzardata commissione diventi parte del vostro mondo? La parola imporre non ci piace. Sono davvero pochi (forse nessuno) i professionisti che riescono a imporre al committente le proprie scelte. Il progetto è fatto anche di dialogo. È importante riuscire a comunicare le idee, portare il cliente verso la propria strada, conquistare la sua fiducia. In ogni progetto bisogna inevitabilmente scendere a compromessi, soprattutto quando ci sono regole e limiti di budget (e questo è sempre più frequente). Le scelte iniziali possono cambiare e prendere altre strade. È una dura lotta e una sfida, ma il più delle volte siamo soddisfatti del risultato finale.

Vedo forse in modo scontato 2 vie parallele, quando fai tanto per tutti, e quando fai minimamente ma con risultati indelebili. Si tratta di qualità o quantità, industriale o artistico. Come vedete il mio pensiero banale? Non ci sembra affatto banale. La scelta di avere pochi lavori mirati permette un’ attenzione e un controllo maggiore sul progetto per portarlo a livelli alti e, come dici tu, con risultati di qualità. È un discorso complesso. Noi abbiamo imparato che si possono anche accettare lavori che permettono di crescere e incrementare il numero di persone nello studio. Questo non vuol dire perdere in qualità, ma qualcosa inevitabilmente si perde. Soprattutto quando i tempi di ideazione e realizzazione sono molto brevi, come spesso capita. E’ frustrante perchè a volte la creatività ha spesso bisogno di tempi più lunghi di sedimentazione. Al tempo stesso, questa scelta ci permette di differenziare il tipo di lavoro e di avere delle risorse da dedicare a progetti che per noi sono più di ricerca, che ci danno la libertà di uscire dai vincoli quotidiani e di aprire nuove strade, come il progetto sul Silipol che stiamo portando avanti con l’azienda Mariotti Fulget.

Cerco DWA, so tutto quello che mi interessa del progetto Silipol, quello che vorrei sapere steso e formale lo trovo su internet, ditemi una cosa che sono il primo a sapere, oggi. Possiamo rivelare i progetti su cui stiamo lavorando: un triciclo a due ruote, una sedia scomoda, una casa volante, un hotel senza porte, una lampada che cammina e uno specchio appannato.

 

http://www.dw-a.it

Portrait, Sandro Fabbri

Interview, M.P.

 

Jesse van der Horst

Jesse

Jesse Cover

Dipingere e avere le idee molto chiare: creare. Basterebbe solo questo per descrivere Jesse van der Horst. Giovane, giovanissimo artista. Avere “solo” 14 anni fa la differenza. Fin da piccolo ha custodito, con l’ aiuto di sua madre, centinaia di bozzetti, frammenti, idee su carta. Non semplici disegni scolastici, ma opere distintive non tipiche da insegnamento.

Mr. Jesse, si descriva. Sono come mi vedi, giovane, curioso, un adolescente tipico, con i miei ideali. Amo lo sport, il calcio. Ma sono anche il ragazzino che osserva e studia, che segue tratto per tratto artisti come Keith Haring e Hundertwasser. Ispirato e attratto.

Attratto astratto? Cosa c’è di reale fuori? Cosa vede fuori dalle sue finestre? Vedo la campagna da una parte, e dall’ altra la foresta. Fuori c’è il mondo che mi ispira, le stagione con i cambiamenti e la vegetazione tipica, il mais e poi la neve. Mi piace mostrare i miei lavori con sfondi veri-naturali, su Instagram posto spesso questi contrasti.

Si ricorda i sogni dopo la notte? Sono a colori o in bianco e nero? Io sogno a colori. Ogni notte.

Lei non è per me un giovanotto che ama scarabocchiare, anche se non troverei niente di negativo, lei per me è talentuoso, e sono sicuro che ha di base una ricercata cultura, scelte e preferenze non a caso. Keith Haring e Samuel Cox come supereroi. Mi sbaglio? No, ma non dimentichi Mr. Doodle. I miei sono ritratti. Caricati, distintivi, semplificati. Studio e mi affascina da sempre l’ espressionismo astratto. Mi siedo e inizio. Il mio infuso è un vortice continuo di acrilico bianco e nero. Le linee si accumulano, cresce una sorta di tensione, ma sempre controllata.

Sembra tutto molto chiaro e semplice, quasi disarmante. Fare arte per me un modo di vivere. È una sensazione naturale.

Nonostante l’ età, ha già dei ricordi? Il primo ricordo, i tempi che disegnavo ore e ore con mia nonna. E’ morta tre anni fa, ma lei è ancora nel mio cuore. Mi ha ispirato e fatto capire che devo disegnare fuori dalla mia “scatola”.

La sua scatola? La mia mente non deve avere limiti, fuori, oltre, lontano. Fare e fare… senza avere restrizioni.

Se non fosse Jesse, chi sarebbe? Indovini… Goal!

 

http://www.instagram.com/jesse_creations

Interview, M.P.

 

 

 

 

 

 

 

Nicholas Ross

La descrizione di libro da utilizzare:

“Food and Poor Design”, esplorazione estremamente coraggiosa dei confini che esistono tra arte e l’ opera stessa.

L’ intervista con la mente del progetto:

Nicholas Ross, Digital Art Director per Dieste a Dallas, TX, suona la chitarra in una band (post-black-metal) chiamata Funeralbloom e scrive per un progetto elettronico chiamato c̞̈̓ỗ̖ოì₺i.

Come nasce Food and Poor DesignDa un “self-publishing” ironico che ho voluto trasportare in modo incoerente, qualità discutibilissima, con delle foto posizionate o troppo vicine o quasi al limite dei margini, dai colori brillanti. La casualità è diventata il filo conduttore. Il risultato è il culmine della mia perfezione, soggettiva e personale. Il (mio) primo libro digitale… stampato. Dal postare su Instagram, ad una sorta di riassunto “immaginario”… delle immagini.

Il mio cane mi dice di chiederti se Toby ti ha aiutato in questa stesura postmoderna? Toby è il mio peggior nemico, il mio (tecnicamente di mia sorella) cane. Da quando ho iniziato a mettere le sue foto, #whatintheworldistobyupto, è lui la vera fonte di interesse, a tutti piace, che dorma, che corra, che non faccia nulla, quindi in un certo senso si… mi ha aiutato ad avere molti contatti, far conoscere ogni mia digitale fantasia. Il mio miglior amico è il mio peggior “nemico”, niente da biasimare.

Cosa cattura il tuo interesse? Influenze? È difficile da definire un’ influenza specifica. Mi interessa tutto quello che mi rende fermo e immobile ad osservare, come se la mia mente stesse facendo una scansione, poi elaboro e nel modo a volte più ridicolo trasferisco in progetto il mio pensiero. Quindi in breve posso dire da tutto e/o niente?

Yes! Condivido, come nel design. Cos’è? Tutto, Ma alla fine è una cosa personale a volte da condividere con pochi, anche gelosamente, o tenere solo per se. Io sono egoista con il mio caffè! Ne bevo molto e ne preparo a litri, anche freddo… e quando ho amici-ospiti, vorrei non sentire mai la domanda: mi offri un caffè?! E’ solo mio.

Buono? Si “delizioso”, come Food and Poor Design

www.nicholas-ross.com

www.blurb.com/b/7957231-food-and-poor-design

Interview, M.P.

Alessandro Iovine



Passato il Circo del Mobile, ci sono eventi sempre in attesa di essere vissuti, ma sono quelli più misurati, quelli che ricerchi e scopri all’ improvviso, senza obblighi di supervisione che rimangono indelebili. Mi godo il relax, la calma piatta e aspetto che prima o poi osservando le “meduse” di Alessandro Iovine si muovano.

 
In quanti mari ti sei tuffato prima di scoprire che le sirene non esistono, quanti ne hai attraversati per sederti e iniziare il tuo vero viaggio? Fin da piccolo ho sempre immaginato una rotta ben precisa da intraprendere nella vita, legata all’ arte e alla creatività. Ho sempre avuto tante idee in testa che cercavo di esprimere attraverso l’  unione di nuove esperienze creative. Mi sono appassionato al mondo del teatro, del cinema, ho ascoltato tanta musica… tutto quello che raccontava una storia mi attraeva.
Mescolavo mondi fantastici nei quali a volte si insinuavano voci ingannevoli, gli echi di sirene di cui parli, che mi riportavano al mondo reale frenando l’ entusiasmo. 
Una volta cresciuto, però, ho capito che c’ era un modo per dare forma alle mie suggestioni ed era l’ architettura. Finalmente quelli che erano solo giochi potevano trasformarsi in luoghi dove godere delle mie idee. Le sirene in alcuni casi portano dei doni e la mia scelta lo è stato, quindi mi va di credere che in realtà esistano.  
 
Il moto ondoso ha portato sulla spiaggia un forziere, ci sono delle lettere iniziali: A.I., le tue. Appartiene a te, cosa contiene? La curiosità che tutto muove e il mio taccuino dove appunto tante piccole idee e ispirazioni: alcune rimarranno lì per sempre ed altre, chissà, diventeranno il mio prossimo progetto da realizzare. 
 
I tuoi inizi, i tuoi sogni, le tue realtà? Ho iniziato il mio percorso di studi alla facoltà di Architettura di Pescara pieno di voglia di fare, ma fin da subito questa si è scontrata con la tanta teoria che i professori fanno seduti dietro le loro cattedre, rendendo tutto più difficile. La passione però mi ha fatto resistere e le lunghe giornate di laboratorio, nelle grandi aule vetrate immerse dal sole del sud, erano come carica e mi spingevano a non mollare. La provincia mi stava stretta, perché non rappresentava realmente le mie origini e la mia storia familiare. Sognavo di andare via ed un aiuto importante è stata l’ esperienza del progetto Erasmus in Germania che mi ha avvicinato allo studio dei materiali e alla scala più piccola del disegno industriale, aprendo le mie vedute e donandomi un approccio più pratico alla progettazione. Dopo questa esperienza, tornato in Italia, ho affrontato gli ultimi anni di studi con molta più grinta e libertà, scegliendo come indirizzo finale quello del design di prodotto e laureandomi con una tesi sperimentale sul design dei servizi. Finalmente mi sentivo pronto ad affrontare la realtà, con il giusto approccio filosofico e pratico, ed il modo più radicale è stato quello di trasferirmi a Milano. Qui ho avuto l’ opportunità di iniziare a collaborare con grandi studi di architettura, tra i quali lo Studio Archea e quello di Paola Navone, lavorando a progetti dove racconto anche la mia storia.
 
Mentre ti scrivo mi trovo a Pescara, una città a te molto cara. Non so relazionarmi quasi mai con le case degli altri, guardo tutto ma dimentico subito. La “cosa/casa” per te importante? La cosa che mi fa sentire subito a casa è il pianoforte di mia madre che è sempre stato lì nella camera dei ricordi, circondato da fotografie di famiglia: il suo suono ha l’ odore della mia adolescenza, quando ho provato senza grandi successi a studiarlo, ma purtroppo avevo solo le mani da pianista.
Ho poche ore prima di ripartire, vorrei vedere tutto, dove ritrovarti in questa città?
Sicuramente in spiaggia in riva al mare dove torno sempre con piacere per ritrovare vecchi amici, lungo le vie di Corso Umberto per l’a peritivo e alla fontana Nave di Cascella che rappresenta, secondo me, uno degli scorci più suggestivi e l’ anima della città.
 
Una tua sedia “dePOP”? Una visione, o un significato? Sempre la tua “rainbow”, colori o sfumature? Sono alla continua ricerca di ispirazioni e nei miei progetti cerco sempre quello che per me è il “bello”. Per questo motivo, molto spesso, è la natura a darmi delle intuizioni: come per la sedia “dePOP Scarab” che contrappone all’ opulenza del suo volume e dei suoi materiali, l’ ironia e la leggerezza della sua forma giocosa.
Più che alla funzione sono interessato alla libertà d’ espressione che trasmetta divertimento e leggerezza. Sono attratto da tutto quello che è POP, perché rassicurante e dal significato semplice, da tutto quello che non dev’ essere spiegato a parole, ma che può essere riassunto da un simbolo iconico. Si dice che l’ arcobaleno porti ad un tesoro e la mia sedia “Rainbow” dovrebbe rappresentare il tesoro stesso, quasi un trono prezioso dai confini netti e multicolore.
 
Il passato come ispirazione, il futuro per scoprire. Il tuo presente?
Lo scenario del mio presente è Milano dove trova spazio il mio entusiasmo per questo lavoro e il desiderio di poter realizzare le mie idee nella dimensione dell’ architettura d’ interni e allestimenti, ma anche nella produzione di pezzi singolari da “designer artigiano”.


Tornerò a Milano, di te cosa mi aspetto? Il mio obiettivo è quello di far crescere il mio studio e continuare ad avvalermi del supporto di artigiani nel mio lavoro. Sono in procinto di realizzare una nuova versione delle “Jellyfish” (un mio progetto pensato in origine come sedute) che verrà declinato come elemento decorativo e come portafiori, per dar vita ad una scenografica invasione di meduse bordo piscina. 

http://www.alessandroiovine.it

Interview, M.P.

Vito Nesta

Il gioco dei ruoli, essere in due, io e i miei ricordi, la distanza tra i tempi, remoti o futuri, portano con sé la consapevolezza che qualcosa che a 5 anni mi ha colpito, a 40 può essere ancora indelebile tra le mie mani. Cambia di sostanza ma il principio, l’ inizio e l’ idea è la base del ricordo, oggi trasformato in un disegno, in un oggetto, in un ambiente. Come se la mia casa fosse un grande laboratorio dove il tanto è tutto quello che le persone, gli incontri e i viaggi mi hanno regalato. I macchinari hanno preso il posto delle azioni minuziose e precise. Un filo di lana entrava ed usciva spinto da un ditale. Un filo di lana viene spinto e preso da Vito Nesta e portato lungo chilometri di fantasia.

Sei cresciuto mentre tua nonna cuciva, ho un piatto della tua linea Sartoria, mi sono punto il dito e non usciva sangue, sono un disattento attento a conoscerti. Chi mi trovo davanti? Sono uno scugnizzo della provincia di Bari cresciuto in una masseria di famiglia tra mandrie e greggi, immerso tra pareti di fico d’ india e trulli. Sin da bambino ero ipnotizzato dalle storie sulla mia famiglia, emigrati negli ’50 a Caracas, in Venezuela. Poi una visita inaspettata, quella che mi porterà a difendere un sogno, la casa che i miei nonni avevano in città. Era una casa eclettica arredata con pezzi unici, oggetti collezionati durante i loro viaggi, tessuti e stoffe dai colori che ancora oggi ricerco e piena di storie. La visitavo imbambolato dalla bellezza e fantasticavo sul da dove provenisse il grande coccodrillo imbalsamato che faceva da tavolino in salotto o l’ elefante in ceramica madreperla e oro all’ entrata, questo strano ed insolito spazio mi ha portato ad avere una precisa idea di bellezza, la stessa che oggi cerco di riperpetrare nei miei progetti.

Ogni tua elaborazione diventa ironica-iconica, arte fatta in casa. Dove vengono celebrati i tuoi progetti? Alcuni o molti dei miei progetti involontariamente risultano poi iconici, non è una cosa pensata ma quando il prodotto è finito risultano esserlo. Le ispirazioni sono diverse, i viaggi, le persone, i luoghi, gli odori che ho vissuto durante la mia vita vengono immagazzinati come in un calderone, poi nel momento in cui mi trovo a progettare riaffiorano dal nulla.

Arte fatta a mano, in serie, per tutti. I tuoi inizi? Sensazioni tattili, ricordi, profumi…? I miei inizi sono legati ad un laboratorio artigiano di Domenico Borrello. Ero da poco a Milano lavoravo in uno studio ma purtroppo non percepivo stipendio. Volevo iniziare qualcosa di mio e per questo mi serviva un’ economia costante, ho iniziato a lavorare presso la Rinascente e con parte dello stipendio inizio a commissionare delle ceramica a Borrello. E’ stato un periodo di grandi sforzi e per riuscire ad economizzare sulla produzione nei giorni in cui non lavoravo in Rinascente andavo in laboratorio a capirne di più sulla ceramica e a dar una mano nella realizzazione dei pezzi. Ricordo la polvere, l’ odore del forno; non appena sono usciti i primi ditali sembravo un bambino in attesa che la mamma sfornasse i biscotti. Ero emozionato e pieno di energia.

La valigia è quasi pronta, vorrei che all’ andata avessi una benda sugli occhi, dove mi porteresti? Quali viaggi hai nel cuore? Quali sono serviti per fissare gli spilli per l’ orlo perfetto? La mia valigia è perennemente pronta, mi piace molto viaggiare e desidero visitare ogni singolo angolo del mondo. Ti porterei in Africa nella Savana oppure in Giappone. Quei luoghi hanno contribuito alla realizzazione di diversi miei progetti. Quando ci sono arrivato mi si è aperto un mondo.

Al ritorno avrò occhi e mente liberi. Cosa vorresti avermi trasmesso e soprattutto che mi ricordassi? Nei miei viaggi mi piace dedicare del tempo vagabondare senza meta, in questo modo sono sempre riuscito a vedere posti unici, non raccontati che hanno stupito me e chi era con me. Penso che ci debba essere una dose di follia, di non programmazione, lasciandoci trasportare dagli eventi, solo così ci possono essere, in positivo ed in negativo, delle immagine che rimango indelebili nella nostra mente

Vivi a Milano, fai quello che fanno tutti, pensi come fanno in pochi, vivi in un mondo a se, ma fai qualcosa dove tutti possono vederti. Colori, forme, materiali. Mobili, oggettistica, wallpaper, tutto troppo o tutto troppo poco? Io faccio quello che a me piace fare, progetto per come vedo io le cose e cerco di dare ad ogni pezzo una dose emozionale, sperando che questa possa arrivare all’ utente finale. Mi piace progettare non perché sappia meglio di altri farlo ma perché vorrei con questo raccontare una storia, delle persone, dei gesti. Troppo poco o troppo non importa purché il progetto racconti qualcosa.

Un tappetto a forma di ombrellino, tu dici tipo quelli “parasole”, per me sono quelli da mega coppa di gelato. Tu l’ hai creato io l’ho comprato, arredami la tua stanza perfetta. Io prenderò ispirazione… Il tappeto lo metterei al centro di una stanza a pianta circolare, ai margini del tappeto ci sono due poltrone rivestite di velluto a fantasia floreale diverse tra loro. Una di queste ha di fianco un tavolino in ottone dalle forme zoomorfe e sopra un enorme vaso in vetro di murano color blu cobalto pieno di fiori bianchi.
Di fronte alle poltrone una finestra con un grande davanzale in legno smaltato bianco, su di esso due porcellane di Capodimonte antiche dalla tine pastello. Le pareti rivestite di carta da parati raffiguranti un giardino incantato sui toni del blu-celeste e dal soffitto piove un lampadario anch’ esso di Capodimonte fatto di rami d’ albero colorati con uccellini e fiori.

Ad aprile per una settimana Milano si apre ai curiosi: manichini pronti al manicomio, come succede per ogni evento che si rispetti, ecco il Salone del Mobile; invece per gli “strani” il Fuori Salone, dove tutti guardano e osservano se si viene guardati. Ho una visione distorta o pensi che la vera settimana della moda sia questa, dove le sartine sono pronte ad esibire il frutto di duro lavoro senza che questo venga messo in secondo piano? (Tu Cosa farai?) Un tempo il Salone del Mobile aveva diversi intenti ovvero un’ esposizione dove poter osservare i nuovi pezzi, le nuove sperimentazioni e le nuove tendenze che avrebbero cambiato gli usi nelle epoche. Ora questo per fortuna lo si fa ancora, anche se c’è una fetta di “creativi” che hanno colto quest’ occasione per fare spettacolo. Io non me ne preoccuperei più di tanto. Per il mio lavoro invece questo è un Salone molto importante perché racconterò diverse collaborazioni; una collezione di carte da parati per Devon&Devon, una per Texturae, una collezione di porcellane per My Home Collection, una di Capodimonte per F.lli Majello, due specchi per Secondo Me Gallery in collaborazione con gli artigiani di Effetto Vetro, due tappeti per Les-Ottomans ed infine una capsule di arredi per una storica boutique di moda milanese IMARIKA.

Penso che il vestito che ci stiamo cucendo addosso sia quasi finito, imbastitura fatta, le misure ci sono, siamo partiti col taglio. Cosa non ho capito di te? Mia mamma sin da bambino mi definiva un “reincarnato”, forse perché sono cresciuto con i miei nonni o forse perché per indole mi sono sempre piaciute le storie, i racconti. Quando progetto riconosco che il mio segno è molto spesso alla ricerca di alcuni tratti, colori, segni che appartengono a qualche tempo fa. Io ne ricerco la loro storia e li rendo contemporanei. Nella vita privata invece amo fare cose che sono molto vicine alle mie radici, ovvero essere molto a contatto con la natura, la passione per gli animali ed il piacere estremo nel cucinare.

Ma tu avevi anche uno zio barbiere, giusto? Ma l’ argomento non mi interessa, ho la barba anche io… e non frequento l’ambiente. Se non fossi Vito Nesta? Avevo uno zio Barbiere, ma da lui non si andava solo per tagliare i capelli o aggiustarsi la barba, ma anche per fare una piacevole chiacchierata, stilare contratti di lavoro, aggiornarsi sulle novità del paese ed infine per il forte carisma e verve di mio zio. Non ho più ritrovato un ambiente simile dopo e forse per questo sono calvo e con la barba incolta. Se non avessi fatto il designer avrei allevato mucche in Puglia.

http://www.vitonesta.com

Interview, M.P.

Photo, Andrea Pedretti

 

Andrea Giacopuzzi

Ogni mattina al mio risveglio ho in mente a rotazione delle canzoni, quasi sempre sono accompagnate da video che metto a loop e mentre riordino non solo il letto, anche la giornata comincia a prendere forma. Nella cassetta della posta non il solito volantino con gli sconti del supermercato vicino, ma qualcosa in più da guardare, sfogliare. Tutto esiste grazie al mio Mac, St. Photoshop aiuta tutti i bisognosi di creatività. “Andrea Giacopuzzi, on line, tutto per la fantasia”. Oggi ci faccio la spesa.

Nel 1984, (eri già nato?) usciva “Paninaro” dei Pet Shop Boys, inno allo stile italiano di quel tempo, cantato dal gruppo POP per antonomasia. Una scritta si accende e si spegna, le tue immagini sono? Non ero ancora nato, ma mancava poco. Sono totalmente figlio degli anni 80, amo tutto quello che caratterizza l’ estetica di quel decennio. Non lo dico in senso nostalgico, sono assolutamente contro qualsiasi discorso del tipo “ah quanto si stava meglio una volta, oggi fa tutto schifo”. Io mi riferisco puramente all’ immaginario estetico che caratterizza quegli anni, che oggi viene considerato eccessivo, trash, spesso di cattivo gusto, quasi una carnevalata. Io invece avrei amato vivere quel decennio da 20enne, ma va benissimo esserne figlio, mi piace pensare che il sangue 80s scorra nelle mie vene anche se non mi piace identificarmi con un unico periodo/categoria definito. Le immagini che ho nella testa e che cerco di realizzare non nascono con una definizione, sono tutto e niente. Sono flash che si accendono nella mia mente, “nascon da sole e sono come i sogni, e a noi non resta che scriverle in fretta perchè poi svaniscono e non si ricordano più”, esattamente come cantava Vasco. Se dobbiamo racchiuderle in qualche categoria precisa possiamo inserirle in quel gran calderone che è il pop.

Hai tutto quello che un affamato consumatore come me ha bisogno per sentirsi sazio, cucini le tue immagini in modo perfetto, i tuoi ingredienti? I miei ingredienti possono essere i più disparati, l’ importante è che, per me, siano saporiti. Mi piace la bellezza, ma è un concetto tutto personale di bellezza. La cerco e mi capita di trovarla ovunque, anche se spesso la vedo solo io. Sicuramente l’ ingrediente fondamentale per raggiungere la mia idea di bello è il colore: amo tutta la gamma di colori, mi danno gioia, mi illuminano gli occhi. Il colore non deve mai mancare, non sopporterei l’ idea di un mondo in bianco e nero, mi farebbe impazzire. Un altro ingrediente primario è l’armonia: a me piace usare tantissimi elementi e diversi tra loro, quasi a creare un caos a volte, ma l’ insieme finale deve sempre risultare armonico, niente è lasciato al caso, tutto fa parte di un disegno ben preciso.

Oggi cosa promuovi? E cosa invece decidi di mettere all’ ultimo piano? Da sempre nella vita promuovo la personalità, il carattere, sia nelle persone che nelle cose. Ultimamente promuovo decisamente la qualità e metto all’ ultimo la quantità. Volendo andare sul retorico promuovo l’ integrazione e metto all’ ultimo piano il razzismo. Andando nel dettaglio promuovo le pietre preziose, il caldo, le camicie stampate, le persone pungenti, la cioccolata, adidas, i giochi olimpici, Jersey Shore, il mare, Pippo Inzaghi, mentre metto all’ ultimo piano la lana cotta, le piante secche, le persone permalose, la birra, Rick Owens.

Rifornimento? Inventario? (Ispirazioni?) Sicuramente gli artisti, e non uso questa parola a caso, che per primi mi hanno folgorato e hanno dato vita al mio immaginario con le loro opere sono stati David LaChapelle, Gianni Versace e Jeremy Scott. Ovviamente va citato Warhol, insieme a tutti i massimi esponenti della pop art. Amo in maniera particolare l’ estetica sognante ma dettagliata delle opere di Bouguereau e Godward. Infine voglio fare un ringraziamento particolare a tutta l’ arte popolare, intesa come espressione dell’ identità, dei valori e dell’ estetica di una cultura, che sia quella congolese, cinese, polacca o indiana, qualsiasi. Il risultato di tutto questo è che cerco l’ ispirazione veramente ovunque, mi piace osservare bene tutto quello che mi circonda, capire i dettagli, qualsiasi cosa è un potenziale punto di partenza.

Ho preso Katy Perry, una latta di pomodori, delle cornici di plastica color oro, cosa posso aggiungere per un buon piatto? Due foglie di palma, una spolverata di bigiotteria e qualcosa di porcellana. Non bisogna mai dimenticare di condire il tutto con una buona dose di ironia e leggerezza, non leggerezza vuota però, ma una leggerezza consapevole.

La cassiera mi guarda disorientata, non capisce come posso aver preso dei bigodini rosa e sono rasato, e si domanda cosa faccio con un crocifisso che si posiziona perfettamente sulla stampa della mia felpa, (cade precisa nel mezzo del deretano di Kim Kardashian)… i tuoi contrasti? Le tue manie? I tuoi eccessi? Lo sguardo disorientato della cassiera è la sintesi perfetta dei maggiori problemi di questo mondo, i limiti e la superficialità, che danno vita poi al vero dramma che è la mediocrità. La vera domanda che dovrebbe porsi la cassiera è “perchè no?”. Non sgomento ma stupore, che nasce dalla curiosità, dalla voglia di inaspettato, di scoperta, di andare oltre le proprie conoscenze, di diversità. Questa è la base di tutto il mio pensiero e probabilmente anche la mia più grande stravaganza. In realtà sono una persona molto tranquilla e che ama la tranquillità soprattutto non ci sono particolari eccessi o manie che mi caratterizzano, se non quello di accumulare compulsivamente qualsiasi tipo di oggetto inutile, preferibilmente di ceramica o plastica dorata, a forma di conchiglia. Contrasti invece tantissimi, interiori: vivo perennemente in bilico tra un sincero e ottimista senso di gratitudine per la bellezza infinita della vita e del mondo in cui siamo, e un pessimismo cosmico che mi convince appieno sulla rovina che è il genere umano e sul fatto che veramente non ci sia alcuna speranza. Amo praticamente tutte le stronzate, spesso inutili, create dall’ uomo, come la plastica, i supermercati, le metropoli, il lusso, ma allo stesso tempo sono depresso perché consapevole che tutte queste cose sono anche la causa della rovina di quella che davvero è la cosa più bella del mondo, l’ opera massima, combinazione perfetta tra funzionalità e bellezza: la natura. Sicuramente l’ esasperazione dei colori, del materialismo, della superficialità che trasmetto nei miei lavori nasce in parte da questo mio lato oscuro. Un tormento senza fine, almeno fino al terzo bicchiere di vino.

Mi ha appena scritto Jeremy Scott, aprirà una carrozzeria e si dedicherà soltanto alla beneficenza. Dimmi le tue alternative? Stop a tutto quello che hai fatto, cambi e…? Vado a vivere in Tanzania e lavorare come guardia/ricercatore/aiutante nel Masai Mara. Oppure, dal momento che amo ascoltare le storie e i problemi delle persone e dire la mia, comincerei a fare il terapista. O l’opinionista a “Uomini E Donne”.

“Paninaro” l’ ho gia ascotato troppe volte, consigli per gli ascolti? In questo momento ti direi: Kaleidoscope Dream (Miguel), Don’t Take Away The Music (Tavares), Heartbreaker (Mariah Carey feat Jay Z), Ain’t That Peculiar (S.Mos), Eyes Without A Face (Billy Idol), Cuban Pete (Desi Arnaz), La Vie En Rose (Grace Jones), Versace On The Floor (Bruno Mars), Ice On The Dune (Empire Of The Sun).

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Interview, M.P.

 

Stefano Marolla

Un giorno una balena ingoiando mi ha trasportato al suo interno dove un uomo silenzioso stava lavorando, mi sentivo come Pinocchio, il legno che spinava ricordava il mio corpo. Ho cominciato educatamente a parlare con Stefano Marolla, non so se fosse il Geppetto di Collodi, ma in quel caso non raccontai bugie.

Esistono materiali che personalmente considero di passeggio o meglio riproposti seguendo le cosi dette insopportabili “tendenze”. Oggi il marmo accostato all’ottone, scheletri di ferro con vetri finto-opacizzati, resine fenoliche innalzate come sostitute della plastica. Tutto sembra ricercato e scoperto? Nel design l’ uso dei materiali dovrebbe partire dalla loro profonda conoscenza sia tecnica che estetica. Usare un singolo materiale è già una cosa complessa, nell’ unione di più materiali le difficoltà aumentano in modo esponenziale e spesso non di pari passo con le “coscienze”. Viviamo in un periodo di grande confusione e il mondo del design non è da meno. Si parla di interior design, industrial design, furniture design, art design, luxury design, social design, strategy design etc. etc. Non basta però alla parola design aggiungere un aggettivo per connotarla in un ambito di qualità, ma solo per inglobare in un nuovo scenario la ridondante progettualità che ci sta travolgendo, un’attività il cui modello è in profonda crescita e rapida trasformazione. Penso comunque, che i processi creativi che ti avvicinano ad un risultato siano molteplici, complessi e personali, molti di questi risultati possono essere discutibili altri da scartare e altri ancora da incoraggiare, anche perché spesso dal caos sono uscite le cose migliori. Comunque non dobbiamo neanche farci spaventare da processi che, con modalità e tempi differenti, sono sempre esistiti e che in fondo hanno da sempre avuto le stesse finalità. Oggi siamo sommersi da tante informazioni e immagini da tutto il mondo, per questo a maggior ragione è più difficile valutare e selezionare, ma è anche vero che negli attuali contesti se qualcosa arriva ad essere apprezzato è anche per un suo reale ed intrinseco valore. A proposito di questo un mio vecchio maestro diceva, che prima di parlare bisogna sapere cosa dire e in molti ambiti spesso si straparla. A peggiorare questa confusione inoltre, in molti ambienti creativi, sta aumentando il fenomeno delle sovrapposizioni professionali. Questo è sempre accaduto e in modo particolare nei periodi di crisi economica e ora, grazie ai mezzi tecnologici avanzati che offrono possibilità di produrre a bassi costi, il fenomeno è aumentato a dismisura. Oggi tutti fanno tutto. Tutti disegnano, sono registi, designer, architetti, musicisti in un pervasivo processo di ibridazione nel quale purtroppo le competenze spesso vengono ignorate. Intendiamoci: trovo tutto questo quasi divertente ma i risultati sono quelli che accennavi tu. Il grande jazzista Miles Davis alla domanda cosa consiglierebbe a un giovane musicista disse “impara tutto, scorda tutto e suona”. Ecco, credo che questo sia il migliore consiglio: guarda, osserva, impara, studia il più possibile poi, e solo poi, staccati da tutto questo e comincia a dire la tua. Non vorrei sembrarti professorale ma credo, che solo nella ricerca e nello studio dei materiali, oltre alla forma, alla capacità di farli comunicare tra loro, dandogli significato estetico, funzionale e emozionale, nasce il successo che nella storia hanno avuto e continuano ad avere tanti oggetti di design. È questo che può creare quel plusvalore, che coniuga forma, funzione ed emozione.

Il ( articolo determinativo singolare maschile ) materiale che non ha bisogno di suppellettili è il legno? La materia si dice che sia ciò che si contrappone allo spirto, il materiale allo spirituale, ma se riusciamo ad avvicinare questi due aspetti, solo all’apparenza opposti, ad esaltare la natura stessa di un materiale fino ad un personale ideale,  a coniugare estetica ed anima,  forma e passione, raggiungiamo quello che nel senso comune chiamiamo “Arte”. La progettualità creativa, deve cercare di coniugare questi aspetti con quello della funzione, nel tentativo quindi di elevare l’ oggetto dandogli una dignità artistica e culturale. Anche qui però esiste un limite che spesso viene prevaricato un po’ in tutte le forme dell’ arte, creando ed entrando in una sfera chiamata comunemente “kitsch” dove l’ eccesso della volontà di espressione, unito ad un esagerato “sentimento” portano spesso ai risultati che tu accennavi. Comunque è un tema troppo complesso per parlarne in poche battute. Esistono comunque materiali che sotto questo aspetto hanno già una valenza emozionale intrinseca, e senz’ altro il legno è uno di questi. Possiamo assecondarlo semplicemente o possiamo esaltarlo dando un nostro personale contributo. Potrei parlarti per giorni del legno e delle sue incredibili caratteristiche, ma la sua forza è la sua carica “emotiva”.  Intendo dire che l’ albero, sia nella sua forma originaria, sia come mero materiale da costruzione, riesce a darci comunque un senso di atavica vicinanza, di familiare attinenza. Abbracciare un albero è sentita come un’ esperienza diffusamente positiva, il contatto con il legno dà normalmente sensazioni di benessere. Direi che è il materiale più vicino all’ uomo. Quindi solo per questo è incredibilmente affascinante e forse anche unico, almeno lo è per me.

Posso pensarti come un “Geppetto metropolitano “? Colui che plasma nei tempi moderni? Come nasce tutto prima di essere ammirato? Il racconto della mia personale esperienza potrebbe annoiarti e vorrei evitare di dare un’ immagine romantica, o peggio entrare nella retorica dell'”Ultimo dei falegnami”. Ti direi comunque che tutto parte da lontano. Fin da piccolo ho avuto una spiccata manualità e un senso di osservazione, poi ho avuto la fortuna di frequentare gli ambienti artistici e artigiani, il tutto condito inoltre da quella volontà di rifiuto di mondi e ambiti precostituiti e preconfezionati, generando quel pensiero critico e fattuale nato negli anni delle grandi utopie, che ha influenzato nel bene e nel male moltissimi giovani, portando poi tanti a scelte di convenienza e spinto però molti, a torto o a ragione, verso volontà più radicali e isolazioniste. Fondamentalmente quindi tutto nasce da una forte volontà di rifiuto e di passione. Negli anni ho avuto lo stesso approccio nei confronti del mondo artigiano. A colleghi e amministratori che di volta in volta avevano nuove ricette per arginare la moria delle botteghe ho sempre espresso la mia visione critica. Allargando la visuale, proprio in questo senso si inserisce una visione, che fin dall’inizio ho fatto mia. Per me un possibile futuro non era la rincorsa a padroneggiare nuove tecnologie che si sostituiscono al lavoro dell’ uomo – processi inoltre ormai irreversibili e così rapidi di cui cogliamo aimè gli effetti sociali – ma servirsi della tecnologia sempre per dare però quel qualcosa in più che ho chiamato anima, ciò che una macchina non riuscirà mai a creare, ne intendere.  A immettere l’ imponderabile, l’ errore, l’ umanamente possibile in ciò che si riesce a fare con le proprie mani. Quindi un uso ragionato della tecnologia al servizio della propria intelligenza e del “hand-made”. Ad appropriarsi del progetto (design), di un personale processo produttivo (fatto a mano) e creativo (artistico). Un SuperArtigiano che si allontana dai soli processi produttivi, per inglobare in essi anche le scelte etiche ed estetiche. Ma anche qui il discorso sarebbe troppo lungo. Posso aggiungere che per gli aspetti più “social” sono nato circa un anno fa, spinto da un amico che da anni mi incalzava, ho deciso cosi di uscire dal mio studio, accompagnato da lui, per fare poche centinaia di metri e presentare i miei lavori alla galleria Secondome, che ha subito dopo portato a Milano al Miart e poi al Salone del Mobile. In seguito ho deciso mio malgrado di essere presente nei social e da quattro mesi ho un profilo Facebook e Instagram.

Restauri e Instauri. Restauri o Instauri? Direi che si restaura istaurando e si istaura restaurando, un bellissimo scioglilingua non privo di verità. Si restaura veramente quando si instaura un rapporto con l’oggetto che parte dall’osservare, poi dal capire e solo dopo dal fare, usando le giuste e coerenti tecniche con materiali reversibili, per un restauro con finalità conservative, rispettando inoltre il più possibile la storia dell’oggetto e del tempo che stratificandosi ha creato patine e fascino altrimenti irripetibili. Allo stesso tempo si instaura un rapporto con gli oggetti, che ti portano a capire che dietro ognuno di essi c’è la dimostrazione di una volontà, che inevitabilmente anche tu devi avere, di grande attenzione e passione. In riferimento alla mia produzione inoltre,  il restauro mi ha dato la possibilità di scoprire in un mobile o in una scultura i segreti della forma, i vari aspetti costruttivi e le tecniche che nei secoli si sono evolute. A capire come gli ebanisti, progettisti o artisti avessero risolto i vari problemi che gli si ponevano per giungere a quello specifico risultato tecnico o estetico. Insomma una grande scuola che soprattutto mi ha insegnato il rispetto per ciò che avevo tra le mani.

Posso sentire il rumore della tua lavorazione, poi il pensiero di aprire l’anta del buffet Della collezione UNA (Articolo indeterminativo) mi porta a soffermarmi e a loop continuare il movimento. Come può il legno sembrare morbido, sottile e fragile? Curvare il legno è stato il sogno di generazioni di ebanisti, e seguendo quelle esperienze, ho unito ad esse tecniche moderne con una personale ricerca durata circa cinque anni. Ho creato così superfici curve senza scolpire il legno ma curvando direttamente gli impiallacci per non perdere la bellezza delle venature e avere cosi strutture leggere. A questo ho unito la mia passione per le forme organiche e per la scultura. Mi affascinavano i salti materici o mimetici, cioè quegli effetti dati ai materiali che sotto l’azione artistica, come pietra o legno diventavano stoffa o carne nell’ indeterminatezza della loro natura. Arrivando cosi ad appassionarmi al drappo, al panneggio che nella scultura ha avuto tantissima importanza, da prima di Fidia a dopo Canova per secoli, essendo parte fondamentale negli studi estetici e dando una personale forza espressiva all’opera nel suo insieme. Banalizzando riusciresti a immaginare il tormento di Santa Teresa nell’ Estasi del Bernini senza quell’ incredibile intreccio di vesti? Oppure la sensualità dei drappi bagnati o il Cristo velato del Sanmartino dove il velo ci trasmette tutta la sua sofferenza? Un tema molto interessante che nel mio piccolo ho voluto riportare nella mia collezione “una” (articolo indeterminativo). Nome che parte da una lunga riflessione, anche etimologica e che spero di poterti raccontare in una prossima occasione.

L’ albero è di conseguenza il tuo migliore amico? Visione fantasiosa? Ti rispondo con le parole di Jacque Broos: ” L’albero appare come il supporto più appropriato per ogni fantasticheria cosmica: è la via per una presa di coscienza, quella della vita che anima l’ universo. Davanti all’albero che unisce due infiniti opposti, che congiunge le due profondità simmetriche e di senso contrario, l’ impenetrabile materia sotterranea e tenebrosa e l’inaccessibile etere luminoso, l’ uomo si mette a sognare “.

L’ hai rifatto, hai restaurato! Ho saputo che hai appena messo le mani questa volta sui mobili di Giovanni Prini, cosa ti avrebbe suggerito? L’ avresti assecondato? Il restauro era e continua ad essere una grande passione e mi ha insegnato molto. Mi ha permesso di essere costantemente a stretto contatto con luoghi magnifici come musei, chiese e case private piene di arte e bellissimi oggetti e mi ha offerto l’ occasione di conoscere “da vicino ” tanti artisti. Tra questi Prini è stata una scoperta molto interessante e impegnativa. Amico di Balla, Gambellotti, Depero, Boccioni, Sironi, Severini e di architetti come Piacentini, insomma di tutto quel mondo artistico in grande fermento che per anni è stato sottovalutato, che però ha creato le premesse per i grandi successi dell’ arte nel dopoguerra. Un mondo, quello di Prini, in cui gli artisti si cimentarono in diversi campi e con diversi materiali anche nelle così chiamate arti applicate, dalla ceramica ai mobili, dai vetri agli abiti, dalle scenografie alle stoffe. Giovanni Prini è riuscito a esprimere la semplicità, il rigore formale, l’ esaltazione della materia unita ad una grande fantasia e uno sguardo attento al mondo infantile che io amo particolarmente.

Domani un giovane e talentuoso restauratore proveniente da lontano si recherà a Roma dove offrirà la sua bravura e dimestichezza per riportare in buono stato una delle opere più interessanti di Stefano Marolla… concludi la storia. La concludo vedendo nello sguardo del giovane restauratore una grande disperazione. Non lo augurerei a nessuno. Uso tantissimi materiali, decine di tipi di colle, resine, finiture e tecniche differenti, il calore estremo e il freddo dell’ azoto liquido, e in più molti composti come cere, olii, stucchi, vernici sono fatte da me in base alle esigenze del momento. Per un restauratore un vero inferno! Mi ricorda un po’ quando mi capitò di restaurare per la prima volta dei mobili di Bugatti, una vera follia, passare dalla pergamena al rame, dalla seta al legno, dall’ avorio alla tartaruga e cosi per centinaia di materiali e tecniche. Dopo un po’ entravo in uno strano stato di depressione, ed è probabile che sarà quello che accadrà a quel povero malcapitato.

Concludo la mia chiedendoti se hai superato “le tue antiche reticenze”. Quando mi hai cercato ho esordito dicendoti di avere, appunto, antiche reticenze nei confronti delle “interviste”, nulla contro la categoria ma penso, come molti, che le cose che faccio parlino per me e spesso preferisco dare a loro la parola. Devo dire che comunque è stato interessante parlare con te, come puoi vedere, mi ha aiutato. continuiamo a seguirci.

 

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Interview, M.P.

 

 

Kris Lamba

Una forma di vita composta da carbonio, che arriva direttamente da Londra per posizionarsi su terra sarda, Cagliari. Traccia linee ben precise, chiudendo i punti per dare vita a forme che diventano oggetti/giochi che solo la spensieratezza di un bambino può definire. A noi adulti il compito di toccare e usare, decifrare Kris Lamba secondo canoni matematici precisi, rileggere anche nelle ombre create una filosofia linguistica romantica.

Da bambino si fanno grandi sogni ad occhi aperti, da adulti si impara a chiuderli più spesso, si tende ad essere meno spontanei, i tuoi erano premonitori? Ricordi? Il mio piccolo mondo era il giardino, cadevo, mi rialzavo, da sdraiato osservavo, pensavo; un posto magico, li facevo tutto, anche se dopo aver provato a mangiare delle lumache… ho capito che anche il quel posto non era tutto buono, stavo crescendo.

Sicuramente come nel tuo giardino anche oggi avrai disgusto per qualcosa e qualcuno. Si, le cose sono interscambiabili, non sopporto le persone che ingiustamente e di continuo manifestano la propria insoddisfazione, odio l’ insoddisfazione che di riflesso si prova a infliggermi. Si chiama negatività?

Negazione possibile, ma tu lavori la materia, non dovresti avere una riflessione meno soggettiva? Il primo oggetto che hai fatto? Ho scolpito, o meglio ho iniziato a distruggere, formare, delineare una scultura senza sapere bene cosa fare, era un avvio su pietra calcarea. Il tanto che ho fatto nel periodo primitivo era molto disordinato.

Energico e impulsivo, fai e ti penti? Qual è la cosa più pazza che hai mai fatto? Sono un giovane adulto, ho saltato da una scogliera molto alta solo per impressionare la gente che mi guardava, ho scelto, come il nome (Hendrix), di acquistare il mio gatto perchè mi fissava, e tante altre cose più o meno discutibili… faccio, non  mi pento.

I tuoi lavori sono ben finiti, rifiniti, taglienti, inglobano lo spazio, e l’ ambiente si approria di loro, parlami della seduta RV1. Fisicamente sinuosa, minimalismo dalla filosofia zen, invisibile da certe angolazioni, dalla semplicità ingannevole. E’ difficile da produrre (come molti oggetti semplici).

Il tuo perfetto ospite cosa non deve vedere, cosa nascondi al suo arrivo? Forse alcuni disegni. Ho per casa idee incompiute e incoerenti. Alcune divagazioni scritte, disegnate, semi-prodotte durante fasi indiscutibilmente “allucinogene”.

Tornando ai sogni, sembri risolto. Ma so che sei in movimento, la staticità non ti appartiene, immagini a colori o in bianco e nero? Vero, e sempre a colori. Alcuni saranno irrealizzabili. Un giorno ascoltando i Jefferson Airplane “Surrealistic Pillow”, non a caso una pietra miliare del 67, sarò sulla luna e metterò una delle miei sedie…

Scena simbolica! Difficile da acquistare… e se avesse un prezzo? … fammi un’ offerta?!

Col mio saldo in banca penso mi possa permettere una stampa con foto con scritto titolo, artista e il tuo autografo… sei un’ artista vero? Gli artisti cercano in continuo, anche cose che altri nemmeno considerano, non necessariamente poi vengono trovate, ma fanno un viaggio ed è questo che fa la differenza. Sono un’ artista?

Sei di sicuro introspettivo. Cerco una forte risposta emotiva.

E la domanda a chi la poni? Ai miei genitori, a Picasso e Bob Dylan.

 

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Interview, M.P.

Carlo Zambon

Non amo le storie, preferisco estrapolare i dettagli di ogni singola immagine, ogni foto deve parlare da sola, senza destra ne sinistra perché non servono delle stampelle per sostenere la debolezza. L’ inserimento non mi interessa.
Carlo Zambon offre una bibita che, se agitata prima, provoca un’ esplosione, schizzi di flash, deformazioni ambientali, ordini individuali. La forza di una fotografia che viene – più che da ciò che è stato davanti alla macchina fotografica – da ciò che NON è stato davanti alla macchina. Un equilibrio tra il rivelare troppo e il rivelare troppo poco. A tutti piace risolvere un mistero. 
Parlami dei supermercati Londinesi, delle lavanderie a gettoni, dei bookshop visti dalle vetrine… e di quando torni a casa e raccogli tutte le ispirazioni. La città ti spinge presto ad imparare a gestire le energie: il tanto da assorbire può facilmente diventare troppo. La dimensione geografica – certo vasta, ma limitata – viene estesa e moltiplicata dalla miriade di ecosistemi che convivono negli stessi spazi: è molto affascinante osservare come vite molto distanti possano coesistere così vicine. Allo stesso tempo la città mi trasmette energia vitale: la possibilità di reinventarsi ogni volta che si apre la porta di casa e ci si immerge nel suo caos. Ovvero, permettersi il lusso estremo di essere invisibili: nessuno o centomila.
Terry Richardson=flash, Juergen Teller=naturale, Mariano Vivanco=fisico, mio padre=attuale… tutti sono fotografi e descrivibili. Tu scatti quindi fai, ma come sei? Preferisco evitare le definizioni, che possono suonare quasi come delle sentenze da scontare. Trovo difficile descrivere quello che faccio quando mi viene chiesto, descrivere può diventare ascrivere, tracciare una linea che seppur immaginaria può contenerci e limitarci. Le definizioni sono statiche, le persone evolvono e cambiano.
Digitale, un periodo, l’ automatismo non è per tutti. Cosa tieni in mano? Vado indietro e poi rimbalzo in avanti, mi piacciono i tuoi still life… cosa tengo in mano? Digitale, analogico – manuale, automatico. Descrivono molto poco quello che un fotografo fa. Sono certo importanti perché rappresentano gli strumenti che possiamo utilizzare per ottenere un fine, ma ho visto molte persone considerare questi tecnicismi come fini e non come mezzi. Per me, la capacità di un fotografo sta nel riuscire a vedere la dimensione simbolica della realtà.
Anche la cosa più frivola, quando viene trasferita in immagine, trascende la sua materialità e diventa simbolo, un frammento di significato che ci influenza. Gli still life sono interessanti perché traducono questa dimensione in maniera forse più evidente che un ritratto.
“Till a man falls”, scatti un uomo che sanguina, nel pollo al forno aggiungi degli occhiali di Marc Jacobs, Jon Revell si sdoppia, moltiplica, triplica davanti ad uno sfondo bianco. Cambi di stile? Quando e dove ti riconosco? É il significato che assume significanti diversi, a seconda degli umori, a seconda di quello che vedo e come mi sento in quel momento. Più ci si preoccupa di avere uno “stile”, più si cade nell’ artificio; la statica riproduzione ad nauseam del proprio ego. Arrivo alla conclusione di voler potermi prendere la libertà di esplorare, sperimentare, una continua ricerca senza arrivo. Certo ogni persona ha le sue preferenze, ossessioni, manie, per me è quasi un gioco, come fare “un due tre stella!” e notare quello che metto nelle fotografie, chiudo gli occhi e lascio che la vita avanzi. Poi ogni tanto mi giro, vedo quello che mi si presta davanti e prendo nota di quello che è fuori posto.
Le tue donne, i tuoi uomini, figure in vortici impercettibili o divampanti, la tua linea immaginaria? Sento sempre una grande responsabilità nei confronti di ogni persona che fotografo: non c’è modo di nascondersi davanti all’ obbiettivo. C’è molto potere nell’ essere al sicuro dall’ altra parte della macchina, voglio pensare di usare questo potere con le migliori intenzioni. L’ ultima cosa che voglio fare quando ritraggo una persona è dare troppe direzioni.
Tutto ciò che posso fare è creare una cornice, una situazione in cui il soggetto è libero di essere ciò che è. Quando si lavora con la complessità della persona non possiamo predire o controllare ogni dettaglio, bisogna saper abbracciare il caos e darne forma. Non so mai come sarà la fotografia che scatterò domani, questo è sia terrificante che liberatorio.
Riapri la porta e di nuovo fuori casa, cosa non può mancare per il tuo viaggio… La consapevolezza di vivere ogni attimo come unico.
Interview, M.P.

Servomuto

Se appena posso su di un mobile, appesa ad un muro, a cascata dal soffitto o immersa nel pavimento inserisco una lampada. Luce ovunque.
Apro un portone, muri scrostati, stoffe che ricoprono, indizi che portano a battaglie e vittorie, capisco che i Normanni sono passati. I leccesi, Francesca De Giorgi e Alessandro Poli, servono e in silenzio operano nel circuito delle 5 Vie, Milano.
Colori e materiali, vintage e industriale, le vostre lampade associano e dissociano. Moderne, allo stesso tempo “vecchissime”. Come si sviluppano le vostre idee? Mi hai fatto ridere, con questa immagine del passaggio normanno turbolento che porta scompiglio in una dimensione che ha l’ aria di essere imperturbabile e ben difesa. Un portone che si apre su un cortile barocco, lussureggiante di piante esotiche, che è già un interno, parte di una grande casa antica, definita da alte volte, carica di tappezzerie, scorci di verde intenso; questa è la nostra memoria. Lecce, la città da cui proveniamo ci ha lasciato questi segni negli occhi, una quiete plastica, spazi distesi, momenti di panico da iperdecorazione. Poi negli occhi abbiamo avuto Milano, a 19 anni, tra la moda ufficiale e le sottoculture, l’ architettura più rigorosa e la grafica “sregolata”. Tutto questo lo mettiamo insieme, in ogni progetto. C’è stato un luogo in particolare che ha unito SERVOMUTO, un enorme mercato dell’ usato molto conosciuto, andavamo prima della scuola in motorino, abbiamo comprato l’ impossibile, l’ immettibile, e soprattutto riso tanto. Abbiamo pensato di fare qualcosa insieme, qualcosa che avesse a che fare con gli oggetti desueti, superati, per farli rivivere, sdrammatizzarli. Compravamo carte da parati fuori produzione, foulard, ricami, finché non abbiamo messo piedi un laboratorio. Per i primi 3 paralumi, abbiamo usato rotoli di carte da parati dai colori stanchi, consumati, il tutto rifinito con lacci delle scarpe da ginnastica che erano l’ unica cosa fluorescente che potevamo trovare in giro.
Oggi sembra obbligo dover sottolineare più che descrivere; rigorosamente fatto a mano, esclusivamente pezzi unici… solo per oggi… ecc. Come vi inserite in queste costrizioni? Per noi è vitale evidenziare la differenza fra le cose. Quello che facciamo è lavorare con una bottega artigiana che spingiamo giornalmente a sperimentare, superando il limite delle lavorazioni tradizionali, cerchiamo continuamente i materiali che ci servono a realizzare un’ idea muovendoci in un mondo che è fatto per la maggior parte di decori classici, per non dire obsoleti. Finché continueremo a produrre direttamente quello che progettiamo, dovremo sforzarci di comunicare bene il lavoro che c’è dietro a ogni singolo prodotto. D’ altra parte non siamo una grande azienda, non abbiamo un ufficio stampa, non investiamo in pubblicità, e siamo orgogliosi di avere un ottimo riscontro solo grazie ai nostri progetti. Però SERVOMUTO ha un sottotitolo: PURO STILE ITALIANO… C’è sempre una vena autoironica, ma anche una sottolineatura, una provenienza alla quale teniamo.
Artigiani metropolitani? Writers sartoriali? Osservando i vostri paralumi ho queste sensazioni. Sto fantasticando troppo? C’è una trasversalità di temi sicuramente, l’ intento di rendere contemporaneo un linguaggio passato. Facciamo, proviamo e scegliamo come fare,  lavoriamo solo con artigiani ma i trattamenti e i materiali industriali ci interessano perché creano ambiguità.
Fate ricerca, si vede in ogni dettaglio. Sicuramente andrete in luoghi come mercatini o rigattieri. Pensate di trovare un giorno tra una luce Flos, oppure una Gio Ponti, una della serie Meringhe di Servomuto. Ci avete pensato? Giorni fa ho trovato su una piattaforma online che trattava “usato”,  una lampada: marca SERVOMUTO, non è un buon segno?
Prima di oggi eravate un graphic designer e un architetto. Domanda di rito, progetti da accendere prossimamente? A gennaio un pop up shop a “le bon marché”, Parigi, dove avremo occasione di presentarci al pubblico francese per la prima volta. Poi arriverà il momento del Fuorisalone a Milano.

Interview, M.P.