Selena Gomez fa schifo?

Quello che ha scritto qualche giorno fa sui social Stefano Gabbana poco importa, e poco interessa anche a Petra Collins che ha scelto ancora Selena Gomez, che chiaramente non (“fa schifo” Mr. Gabbana), questa volta per un mini-film. Dopo averla diretta nel video Fetish, rieccola in A Love Story pubblicato sulla nuova piattaforma di Instagram dedicata ai long video. Estetica horror per la Gomez che appare in totale desolazione, galleggiante in un mare di nostalgia. E’ la rappresentazione dell’universo giovanile contemporaneo dove le stelline diventano ubito galassie perdute, introvabili e se viste vengono perse di vista. Qualcuno può cantarmi un pezzo della Gomez? Inriconoscibile, senza parte nell’arte; forse fa schifo veramente.

text, V Team

 

Silvia Prada ha solo amici gay

La mostra online “Tom” di Silvia Prada per Tom of Finland Store è in vendita. I disegni soft-porno-gay si possono comprare e usare. Masturbarsi con l’arte. 15 opere originali, ritratti in situazioni hardcore da non nascondere. L’identità di Tom of Finland in liberi interpretativi collages. Uomini pronti, sessualmente disinibiti, dai rigonfiamenti XXL. Dimensioni non casuali, scene profonde, in un non-luogo dove tutto conta.

text, V Team

 

Ecco perchè Meghan Markle e il Principe Harry si separeranno

L’arte nell’era digitale, l’arte fatta con un dito, l’arte fatta per far passare il tempo. Sidney Prawatyotin fa quest’ultima. Non perde tempo e seduto tra cambi di metropolitane, vagoni scendi e sali, spinge talmente forte che partorisce il progetto Siduations. Prende spunto dai passanti, li decapita, incolla le loro teste su corpi perfettamente formati, prende i dettagli di una pubblicità e li innesta a movimenti sfatti e ripetitivi. I suoi collages propongono alla mente comiche-inaspettate, relazioni tra moda-social-media che fanno con Instagram il portfolio perfetto, tra scenari paralleli e scemenze (comunque) ben delineate. Il risultato è l’immagine nuova che si ha del “già visto”, vistosamente rivisto.

Editor, Albert Ferrari

Marina Abramović è una mostra

La nonna delle performance artistiche più famosa al mondo si mette in mostra. Firenze ospita dal 21 settembre 2018 fino al 20 gennaio 2019, a Palazzo Strozzi, più di 100 opere che hanno saputo urlare, parlare, sussurrare, guardare il mondo introspettivo di Marina Abramović. Paladina della perfetta performance, verrà celebrata in tutte le sue fasi sperimentali di crescita a tratti oscura o lampante. Far parlare di sé, l’arte che parla di lei, prevista la replica live di alcune delle sue più celebri “pazzie”.

Rhythm 0, performance del 1974 tenutasi a Napoli, dove stava al centro di una stanza in piedi e di fianco c’erano forbici, fiori, coltelli, corde, piume e perfino una pistola. Tutto a portata di mano per usare gli attrezzi a piacimento sul suo corpo. Come non ricordare il matto che gli mise la pistola in mano invitandola a premere il grilletto? Tutto andò liscio… è ancora viva. Un finale aspettato.

Balkan Baroque, del 1997 a Venezia la vedeva seduta su una montagna di ossa di animali che sgocciolavano ancora sangue, piene di vermi e insetti affamati. Tre giorni passati a pulire le ossa con amore, come una madre coi propri figli, cantando ninne nanne-litanie. Fu premiata con il Leone d’Oro.

L’ultima, ma la più ricordabile ora, The artist is present, al Moma di New York nel 2010. Seduta su di una sedia, di fronte c’era un tavolino e una sedia vuota dove l’ospite poteva accomodarsi a turno, guardandola, fissandola. Durò tre mesi, resistette senza cenno di emozione agli sguardi di circa 750 spettatori. Colpo di scena fu quando Uwe Laysiepen, l’uomo che con lei aveva condiviso tutto, arte, odio-amore, si sedette inaspettatamente e lo guardò negli occhi e stringendogli le mani pianse. Un grazie, un ricordo, una pezzo di vita. Il tutto e poi di nuovo il niente, perché forse chi troppo mostra, poco dice.

Faremo la lunga fila, ne varrà la pena, l’amore sotto ogni tipo di forma è obbligatoriamente da vivere. Senza commentare per forza, senza dimenticare che anche se per poco, il momento è nostro e personale. Artistico o reale, vero.

Editor, M.P.

L’anagramma di ‘dream’ è ‘merda’

L’arte va messa. Sognare la “merda” e stamparsela addosso. Andare in giro con una t-shirt dove Dream Merda è l’anagramma perfetto in chiave punk-elementare. Chi legge è uno scemo? Chi la compra (io) non soffre di coprofobia. Codalunga con Nico Vascellari hanno dato in pasto palate di magliette logate senza odore. Lettere unite, intrecciate, senza bisogno di motivazioni o strane definizioni. Svuotamento artistico da indossare. Tutti sogniamo, ma non sempre ricordiamo cosa.

19 aprile, ore 9:56 “Good morning. We wish to thank you all. The third edition of Nico Vascellari’s already iconic DREAM MERDA sold out in less than a week. Don’t worry, the fourth one is in production already. Thank you and Always DREAM big.”

text, V Team

Stasera vado a ballare alla Disco Gufram

Time goes by so slowly… Time goes by so slowly… Ci si confessa alla Disco Gufram. Atmosfere stroboscopiche, tutine in velluto, vibrazioni glitteriane; Alberto Biagetti e Laura Baldassari di Atelier Biagetti, riscoprono le misure del passato, l’energia del movimento, la discoteca anni 70. Arredare il notturno. Alla Milano Design Week si balla; Gufram diventa un luogo-spazio dove i mobili sono ispirati al mondo della disco. Una discoteca con divani imbottiti, cinque diversi sedili con ognuno un nome: Betsy, Tony, Stanley, Jimmy e Charly . Un gruppo di 5 esuberanti comodi/personaggi, ognuno con i propri vizi e gusti. A… se quei divanetti potessero parlare…

5 consigli musicali per prepararsi:

 

 

 

17-21 aprile, Milano Design Week 2018

Mediateca Santa Teresa, via della Moscova, 28

Editor, M.P.

Chi ha mai visto la faccia di Martin Margiela?

In un weekend tutto parigino, tra selfie con sfondo l’Eiffel e la serata in un gay-disco-club con tanto di marchette agli angoli a Le Marais, trova il tempo per andare a farti un giro al Palais Galliera e al Musée Des Arts Décoratifs, Margiela è in mostra! Anni da ricordare e/o ri-scoprire. Il talento del designer belga viene riproposto ancora una volta come fonte d’ispirazione, l’anonimato che è diventato nominabile e riconoscibile. 100 modelli divisi per temi e tanto materiale d’archivio, il tutto supervisionato e curato da Alexandre Samson. Nel 2018, ancora oggi, non si ha un volto ben preciso, solo nozioni liquidose, sostanze attive e tantissime ripetizioni. Lo sfinimento non ha fine. Margiela Galliera 1989/2009, al Palais Galliera dal 3 marzo al 15 luglio, Margiela les années Hermes, dal 22 marzo fino al 2 settembre 2018 al Musée des Arts Décoratifs.

text, V Team

Torbjørn Rødland cucina benissimo il polpo con patate

Il toccare con un tocco. Torbjørn Rødland: “The Touch That Made You”. Alla Fondazione Prada, dal 5 aprile al 20 agosto 2018, una selezione di più di 40 opere fotografiche+3 video concepiti tra il 1999 e il 2016. Processi fisici che rimandano al tatto sulla macchina fotografica, alla luce che colpisce la pellicola, quello dei liquidi nella fase durante lo sviluppo. Le persone, soggetti complessi di natura, si contrastano con movenze intime, concepite come veri e propri frame di scena. I corpi si intrecciano agli oggetti, gli oggetti avvolgono i corpi, come in Frost no. 4 (2001), The Geller Effect (2014) o come in Pump (2008-2010) e Candles and Cubes (2016). Aspetti palpabili, appunto, da toccare. L’immagine finale, dal sapore commerciale, diventa poetica… e noi ci ritroviamo con un polipo ramificato tra le mani.

text, V Team

 

Anthea Hamilton vende zucche

Handmade e hightech, assolutamente creativo. L’arte di Anthea Hamilton indossa l’arte di Jonathan Anderson, il direttore creativo di Loewe. Alla Tate Britain: “The Squash”, un’installazione univoca che unisce performance e sculture (umane). Sette costumi progettati e indossati da perfetti esecutori. Risposta corporea a un’idea o ad un’immagine dove lo spettatore deve immaginare la sua storia, interpretarla tra piastrelle, strutture e non per ultimo abiti. Presentazione specifica dentro e fuori dallo spazio dove colori e forme, (la zucca è d’ispirazione), interagiscono sull’individuo che può cambiare pelle quotidianamente… soggetivamente.

“The Squash”, fino al 7 ottobre 2018 alla Tate Britain, Millbank, Londra.

Photo: © Tate (Seraphina Neville)

Editor, M.P.

 

A.A.A. cercasi Ragazzi Nei Paraggi

A.A.A. cercasi ragazzi nei dintorni, ragazzi nei paraggi.

Incontro William e Guido e mi spiegano che sono loro I Ragazzi Nei Paraggi, metà tra una traduzione maccheronica di Boyz ’n the Hood e il nome di una band indie italiana, “non volevamo assolutamente cadere nella trappola dei nomi pretenziosi.”

William a 30 anni, di Salerno. Fotografo, videomaker e editor-in-chief per una rivista di arte e cultura, ha viaggiato molto, ha studiato cinema a Londra e fotografia a Milano, dove attualmente vive e lavora.

Guido a 23 anni, di Sanremo. Ha studiato cucina e ha lavorato in giro per un anno tra Italia, Malesia e Inghilterra. Da sempre ha una passione per le arti visive e la moda. Tre anni fa si trasferisce a Milano per studiare e lavorare in ambito fotografico.

Come e dove nasce il progetto? Il progetto Ragazzi Nei Paraggi nasce un po’ per caso. Dopo aver lavorato a lungo insieme durante la fashion week di febbraio/marzo 2017, abbiamo deciso di continuare. All’inizio doveva essere una collaborazione mirata al mondo del backstage e dello streetstyle, invece piano piano ci siamo spostati più su lavori foto/video editoriali e commerciali al di fuori della “settimana della moda”. Preferiamo non soffermarci troppo sull’elemento moda, ma dare anche spazio alla persona, ai ritratti.

Il vostro shooting perfetto? Siamo super attivi nella fase di progettazione, dal moodboard ai casting fino al location scouting. Poi, durante lo shooting sono così tanti i mezzi fotografici che usiamo (digitale, analogico, polaroid, vhs) che non troviamo particolare difficoltà nell’alternarci durante le sessioni di scatto o di riprese video. Anche per la post-produzione, di solito ci lavoriamo insieme.

Editor, Albert Ferrari