Souvenir da Giada Fiorindi e Federico Floriani

Abbiamo chiesto a Giada Fiorindi e Federico Floriani se la ricerca porta sempre ad una conclusione o invece segnano l’inizio delle cose… “La ricerca porta alla conclusione di diverse fasi, che appena credute finalizzate si rivelano immature e appunto, come dici tu, diventano l’inizio della fase seguente.”

In “BEST BEFORE” presentata a Dimora Artica, a Milano, posso intravedere pesci e tartarughe. Cosa in “BEST BEFORE” devo vedere e cercare? In “BEST BEFORE” c’è una forte componente critica nei confronti del contemporaneo, in tutte le sue manifestazioni, che viene però celata da un approccio sarcastico visibile in alcune scelte estetiche che sono la nostra ricorrente. Per esempio, le statuine segnatempo che riproducono dei fantomatici ritrovamenti fossili umani evocano di primo acchito un sentimentalismo infantile, sono poi in realtà tragici avvertimenti di distruzione imminente coperti di glitter. La componente decorativa commerciale, popolare e folkloristica diventa per noi il medium privilegiato che si oppone alla sterilità estetica e di contenuti della società di oggi. Pochi scorgono in “BEST BEFORE” le riproduzioni a matita di statuette di conchiglie (tipico souvenir di località balneari) inserite nelle grafiche delle sculture stampate ad immersione. In un cortocircuito di significato, la Xenophora si colloca in uno specchio ottico e si affianca a questi prodotti di fattura antropica distorcendo la percezione della propria provenienza e confondendo l’osservatore su cosa oramai è autentica creazione di un mollusco e cosa è invece souvenir.

Entrambi originari di Treviso, sono un duo di artisti nascente la cui pratica lavorativa sostiene un approccio multidisciplinare al crocevia tra arte e design. Hanno unito le loro priorità narrative e i rispettivi mezzi espressivi in una produzione eclettica dove le immagini si applicano a superfici inconsuete, la ricerca sui materiali si fonde con creazioni digitali e forme nuove allo storytelling. La potenza comunicativa e la simbologia degli oggetti portano ad una ricerca formale sull’elemento decorativo. Parallelismo tra il valore dell’ornamento in passato e il conseguente significato attuale. Il risultato porta alla scoperta di un’identità critica e un linguaggio speculativo nella percezione dei beni di consumo che, ai loro occhi, sono proiezione estetica e semiotica di un’epoca di decadenza.

Chi siete, veramente?Siamo due individui che, nonostante agli antipodi, si ritrovano a formare un’unica entità lavorativa multidirezionale e per ora volutamente senza nome.

Cosa vi ispira e chi vi ispira? Le anomalie e dissonanze, il Ruché, i revival, il folklore, il kitsch, i fail, il totale oblio di Poste Italiane, l’oggi più che il domani, il Barocco, il fuori posto, lo scoordinato, il magico mondo di Internet, la flora e la fauna, il vernacolare, le distopie, il metabolismo.

Arte per il design, design per l’arte. Astratto e toccabile. Voi esistete, le cose a volte no. Oggetti che non esistono, ma posso vederli. Cosa vedete che “noi” non vediamo? Vediamo interdisciplinarietà e ipotesi di nuovi linguaggi, contemporaneamente ad un aggiornamento radicale del termine “design”. Consideriamo il potere speculativo della sfera estetica per creare nessi narrativi e trasferire dei messaggi che riteniamo criticamente rilevanti all’interno della cornice culturale di questo momento.

Può un artista oggi trovare un microcosmo in un cosmo sempre più pieno dove si sgomita e ci si crede qualcuno? Un artista DEVE scegliere un proprio microcosmo e stare ben alla larga dalle gomitate e dell’impoverimento intellettuale del grande cosmo. Solo così si circonda di senso, rimane fedele alle proprie idee, non si crede proprio nessuno e il suo merito viene finalmente riconosciuto dagli altri.

Osservo e mi faccio le miei idee, cosa non vorreste che si dicesse sul vostro “operato”? Non capiamo e non siamo interessati in chi considera che “togliendo l’aspetto concettuale, il lavoro acquista un’estetica interessante”.

Da giovane a giovani, quali sono i (vostri) momenti che come puntini se uniti danno una forma? Il master alla Sandberg Instituut, una storia con un rivenditore di tuning alle superiori, ascoltare Kobe e la mamba mentality, scoprire il bourbon e Borges, produrre la nostra prima mostra Lemon In My Eyes.

Milano vi piace? Ci piace il microcosmo che abbiamo formulato a Milano, quello non ha precedenti. Vorremmo anzi portarlo ovunque con noi quando sarà giunto il momento di spostarsi.

Cosa fate prossimamente? Una collettiva allo spazio Localedue di Bologna e un progetto personale all’Edicola Radetzky di Milano.

Editor, Albert Ferrari