DWA — Design Studio

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“Progettare è dialogare. La creatività ha spesso bisogno di tempi più lunghi di sedimentazione”. Incontro Frederik e Alberto e la loro sincerità, l’ essere essenziali, (anche nell’ aspetto), mi hanno conquistato. Lo studio di design DWA, il loro spazio, è fatto di equilibri e messaggi immediati. Assenza di rindondii e accostamenti superflui.

Frederik e Alberto, in un bar, l’ uno difronte all’ altro, pochi minuti di silenzio separano da? Ci separano dal momento in cui iniziare a rispondere alle tue domande.

Due persone possono relazionarsi per così lungo tempo non perdendo mai la meta prefissata? È un compito impegnativo. Per questo abbiamo deciso di non essere i soli in studio e di trovare ispirazione anche fuori. Ci piace collaborare con altri creativi, scambiare opinioni. Poi la meta prefissata cambia… insieme a noi. Ci si unisce nel lavoro come per altre forme di interesse secondo schemi, sensazioni e a volte illusioni.

Quando avete deciso di “provare a provarci” chi eravate? In realtà non abbiamo deciso. Ci siamo semplicemente trovati a lavorare insieme. Da casa, sulla grande scrivania all’ ingresso. Ognuno sui propri progetti, che poi sono diventati condivisi. Ancora prima di rendercene veramente conto abbiamo dato alla luce DWA.

DWA esiste dal 2005, oltre al tempo, cosa è passato? Due traslochi, e il fatto che ora non siamo più solo noi due a progettare. Siamo cresciuti di numero e possiamo contare sull’aiuto di collaboratori che provengono da più parti del mondo, con esperienze e sensibilità molto diverse.

Come nel design, altre direzioni artistiche possono e devono a mio parere cambiare. Come si è evoluto DWA e quali sono le circostanze che hanno permesso questo? La tipologia di progetto è sicuramente variata nel tempo. Abbiamo spaziato da allestimenti e installazioni per vetrine a progetti di retail e interior design fino ad arrivare alla dimensione più ridotta dell’ oggetto. Avere più collaboratori in studio comporta un grande cambiamento nella gestione del lavoro e della creatività: è un processo che richiede molta energia ed esige uno sforzo, un impegno quotidiano. Comunicare la parte creativa del progetto non è sempre facile e immediata. Un’esperienza significativa è stata la collaborazione con Patricia Urquiola per il progetto dell’ hotel Room Mate Giulia a Milano. Patricia è vulcanica, riesce a trascinarti e a coinvolgerti nel suo pensiero, nelle sue visioni. Energia allo stato puro!

Meglio inglobare o perdere qualcosa, tralasciare…? Dipende. Bisogna saper distinguere le cose buone, che vale la pena di assimilare, da quelle cattive, che invece è meglio perdere. Siamo molto curiosi verso tutte le forme d’ arte e di ciò che ci circonda. Dal design, ma anche dai materiali e dagli oggetti che possono sembrare apparentemente banali, ma che ai nostri occhi rivelano una potenzialità e un’ anima. Nei nostri progetti tendiamo spesso a perdere qualcosa. Per perdere intendiamo rendere essenziali alcuni gesti, riuscire ad asciugarli per trovare un equilibrio, una sincerità, un’ immediatezza che renda chiaro il messaggio senza essere ridondanti.

Milano è una città che liberamente dona, ma penso che quando chiede di restituire non sia poi più così aperta e disponibile, cosa ne pensate? Siamo entrambi milanesi d’ adozione. Siamo arrivati qui senza vere conoscenze, nel caso di Frederik senza nemmeno conoscere la lingua. È una città che continua a regalarci sorprese ancora oggi, e negli ultimi anni il cambiamento positivo si è sentito in modo evidente. Milano ci ha donato molto, spesso pretende anche tanto, ma ci ha permesso di crescere ed essere indipendenti. Possiamo ritenerci fortunati.

Quello che si spera è che nell’ evoluzione materica del corpo, la memoria rimanga sempre attiva e reattiva. Quali progetti avete da affrontare? Avete adottato un antidoto per non passare mai nel dimenticatoio? Lo studio ha preso forma a piccoli passi, e l’ interesse per il nostro lavoro è cresciuto negli anni. I clienti ci apprezzano per la qualità di ciò che facciamo e l’attenzione che diamo a ogni progetto. Siamo sempre disponibili a rivedere le scelte iniziali per andare incontro alle esigenze del cliente senza compromettere il risultato finale e la nostra visione iniziale. Approfondiamo le problematiche per valutare strade diverse. E’ un processo che a volte va avanti sino allo sfinimento, ma che può diventare un aspetto positivo e regalare delle sorprese. Se il progetto ci appassiona diamo veramente tutto noi stessi. Sicuramente è un buon modo per non essere dimenticati.

Bisogna essere sensibili, captare le esigenze, inserire sempre la giusta riconoscibilità, (il marchio di fabbrica), ma quanto siete pignoli e “stronzi”? Siamo pignoli perché mettiamo in questione le nostre scelte e cerchiamo di vedere le cose in un’ottica sempre diversa. A un certo punto però bisogna sapersi fermare e fare la scelta che si ritiene più coerente (il marchio di fabbrica). E se il progetto lo permette, ci piace curare il più piccolo dettaglio, anche la posizione di un libro sul tavolo. Stronzi?…speriamo di non esserlo e di non diventarlo.

Quanto riuscite a imporvi per far sì che anche la più azzardata commissione diventi parte del vostro mondo? La parola imporre non ci piace. Sono davvero pochi (forse nessuno) i professionisti che riescono a imporre al committente le proprie scelte. Il progetto è fatto anche di dialogo. È importante riuscire a comunicare le idee, portare il cliente verso la propria strada, conquistare la sua fiducia. In ogni progetto bisogna inevitabilmente scendere a compromessi, soprattutto quando ci sono regole e limiti di budget (e questo è sempre più frequente). Le scelte iniziali possono cambiare e prendere altre strade. È una dura lotta e una sfida, ma il più delle volte siamo soddisfatti del risultato finale.

Vedo forse in modo scontato 2 vie parallele, quando fai tanto per tutti, e quando fai minimamente ma con risultati indelebili. Si tratta di qualità o quantità, industriale o artistico. Come vedete il mio pensiero banale? Non ci sembra affatto banale. La scelta di avere pochi lavori mirati permette un’ attenzione e un controllo maggiore sul progetto per portarlo a livelli alti e, come dici tu, con risultati di qualità. È un discorso complesso. Noi abbiamo imparato che si possono anche accettare lavori che permettono di crescere e incrementare il numero di persone nello studio. Questo non vuol dire perdere in qualità, ma qualcosa inevitabilmente si perde. Soprattutto quando i tempi di ideazione e realizzazione sono molto brevi, come spesso capita. E’ frustrante perchè a volte la creatività ha spesso bisogno di tempi più lunghi di sedimentazione. Al tempo stesso, questa scelta ci permette di differenziare il tipo di lavoro e di avere delle risorse da dedicare a progetti che per noi sono più di ricerca, che ci danno la libertà di uscire dai vincoli quotidiani e di aprire nuove strade, come il progetto sul Silipol che stiamo portando avanti con l’azienda Mariotti Fulget.

Cerco DWA, so tutto quello che mi interessa del progetto Silipol, quello che vorrei sapere steso e formale lo trovo su internet, ditemi una cosa che sono il primo a sapere, oggi. Possiamo rivelare i progetti su cui stiamo lavorando: un triciclo a due ruote, una sedia scomoda, una casa volante, un hotel senza porte, una lampada che cammina e uno specchio appannato.

 

http://www.dw-a.it

Portrait, Sandro Fabbri

Interview, M.P.

 

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