Carlo Zambon

Non amo le storie, preferisco estrapolare i dettagli di ogni singola immagine, ogni foto deve parlare da sola, senza destra ne sinistra perché non servono delle stampelle per sostenere la debolezza. L’ inserimento non mi interessa.
Carlo Zambon offre una bibita che, se agitata prima, provoca un’ esplosione, schizzi di flash, deformazioni ambientali, ordini individuali. La forza di una fotografia che viene – più che da ciò che è stato davanti alla macchina fotografica – da ciò che NON è stato davanti alla macchina. Un equilibrio tra il rivelare troppo e il rivelare troppo poco. A tutti piace risolvere un mistero. 
Parlami dei supermercati Londinesi, delle lavanderie a gettoni, dei bookshop visti dalle vetrine… e di quando torni a casa e raccogli tutte le ispirazioni. La città ti spinge presto ad imparare a gestire le energie: il tanto da assorbire può facilmente diventare troppo. La dimensione geografica – certo vasta, ma limitata – viene estesa e moltiplicata dalla miriade di ecosistemi che convivono negli stessi spazi: è molto affascinante osservare come vite molto distanti possano coesistere così vicine. Allo stesso tempo la città mi trasmette energia vitale: la possibilità di reinventarsi ogni volta che si apre la porta di casa e ci si immerge nel suo caos. Ovvero, permettersi il lusso estremo di essere invisibili: nessuno o centomila.
Terry Richardson=flash, Juergen Teller=naturale, Mariano Vivanco=fisico, mio padre=attuale… tutti sono fotografi e descrivibili. Tu scatti quindi fai, ma come sei? Preferisco evitare le definizioni, che possono suonare quasi come delle sentenze da scontare. Trovo difficile descrivere quello che faccio quando mi viene chiesto, descrivere può diventare ascrivere, tracciare una linea che seppur immaginaria può contenerci e limitarci. Le definizioni sono statiche, le persone evolvono e cambiano.
Digitale, un periodo, l’ automatismo non è per tutti. Cosa tieni in mano? Vado indietro e poi rimbalzo in avanti, mi piacciono i tuoi still life… cosa tengo in mano? Digitale, analogico – manuale, automatico. Descrivono molto poco quello che un fotografo fa. Sono certo importanti perché rappresentano gli strumenti che possiamo utilizzare per ottenere un fine, ma ho visto molte persone considerare questi tecnicismi come fini e non come mezzi. Per me, la capacità di un fotografo sta nel riuscire a vedere la dimensione simbolica della realtà.
Anche la cosa più frivola, quando viene trasferita in immagine, trascende la sua materialità e diventa simbolo, un frammento di significato che ci influenza. Gli still life sono interessanti perché traducono questa dimensione in maniera forse più evidente che un ritratto.
“Till a man falls”, scatti un uomo che sanguina, nel pollo al forno aggiungi degli occhiali di Marc Jacobs, Jon Revell si sdoppia, moltiplica, triplica davanti ad uno sfondo bianco. Cambi di stile? Quando e dove ti riconosco? É il significato che assume significanti diversi, a seconda degli umori, a seconda di quello che vedo e come mi sento in quel momento. Più ci si preoccupa di avere uno “stile”, più si cade nell’ artificio; la statica riproduzione ad nauseam del proprio ego. Arrivo alla conclusione di voler potermi prendere la libertà di esplorare, sperimentare, una continua ricerca senza arrivo. Certo ogni persona ha le sue preferenze, ossessioni, manie, per me è quasi un gioco, come fare “un due tre stella!” e notare quello che metto nelle fotografie, chiudo gli occhi e lascio che la vita avanzi. Poi ogni tanto mi giro, vedo quello che mi si presta davanti e prendo nota di quello che è fuori posto.
Le tue donne, i tuoi uomini, figure in vortici impercettibili o divampanti, la tua linea immaginaria? Sento sempre una grande responsabilità nei confronti di ogni persona che fotografo: non c’è modo di nascondersi davanti all’ obbiettivo. C’è molto potere nell’ essere al sicuro dall’ altra parte della macchina, voglio pensare di usare questo potere con le migliori intenzioni. L’ ultima cosa che voglio fare quando ritraggo una persona è dare troppe direzioni.
Tutto ciò che posso fare è creare una cornice, una situazione in cui il soggetto è libero di essere ciò che è. Quando si lavora con la complessità della persona non possiamo predire o controllare ogni dettaglio, bisogna saper abbracciare il caos e darne forma. Non so mai come sarà la fotografia che scatterò domani, questo è sia terrificante che liberatorio.
Riapri la porta e di nuovo fuori casa, cosa non può mancare per il tuo viaggio… La consapevolezza di vivere ogni attimo come unico.

Interview, M.P.
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