Servomuto

ADVERTISEMENT

Se appena posso su di un mobile, appesa ad un muro, a cascata dal soffitto o immersa nel pavimento inserisco una lampada. Luce ovunque.
Apro un portone, muri scrostati, stoffe che ricoprono, indizi che portano a battaglie e vittorie, capisco che i Normanni sono passati. I leccesi, Francesca De Giorgi e Alessandro Poli, servono e in silenzio operano nel circuito delle 5 Vie, Milano.
Colori e materiali, vintage e industriale, le vostre lampade associano e dissociano. Moderne, allo stesso tempo “vecchissime”. Come si sviluppano le vostre idee? Mi hai fatto ridere, con questa immagine del passaggio normanno turbolento che porta scompiglio in una dimensione che ha l’ aria di essere imperturbabile e ben difesa. Un portone che si apre su un cortile barocco, lussureggiante di piante esotiche, che è già un interno, parte di una grande casa antica, definita da alte volte, carica di tappezzerie, scorci di verde intenso; questa è la nostra memoria. Lecce, la città da cui proveniamo ci ha lasciato questi segni negli occhi, una quiete plastica, spazi distesi, momenti di panico da iperdecorazione. Poi negli occhi abbiamo avuto Milano, a 19 anni, tra la moda ufficiale e le sottoculture, l’ architettura più rigorosa e la grafica “sregolata”. Tutto questo lo mettiamo insieme, in ogni progetto. C’è stato un luogo in particolare che ha unito SERVOMUTO, un enorme mercato dell’ usato molto conosciuto, andavamo prima della scuola in motorino, abbiamo comprato l’ impossibile, l’ immettibile, e soprattutto riso tanto. Abbiamo pensato di fare qualcosa insieme, qualcosa che avesse a che fare con gli oggetti desueti, superati, per farli rivivere, sdrammatizzarli. Compravamo carte da parati fuori produzione, foulard, ricami, finché non abbiamo messo piedi un laboratorio. Per i primi 3 paralumi, abbiamo usato rotoli di carte da parati dai colori stanchi, consumati, il tutto rifinito con lacci delle scarpe da ginnastica che erano l’ unica cosa fluorescente che potevamo trovare in giro.
Oggi sembra obbligo dover sottolineare più che descrivere; rigorosamente fatto a mano, esclusivamente pezzi unici… solo per oggi… ecc. Come vi inserite in queste costrizioni? Per noi è vitale evidenziare la differenza fra le cose. Quello che facciamo è lavorare con una bottega artigiana che spingiamo giornalmente a sperimentare, superando il limite delle lavorazioni tradizionali, cerchiamo continuamente i materiali che ci servono a realizzare un’ idea muovendoci in un mondo che è fatto per la maggior parte di decori classici, per non dire obsoleti. Finché continueremo a produrre direttamente quello che progettiamo, dovremo sforzarci di comunicare bene il lavoro che c’è dietro a ogni singolo prodotto. D’ altra parte non siamo una grande azienda, non abbiamo un ufficio stampa, non investiamo in pubblicità, e siamo orgogliosi di avere un ottimo riscontro solo grazie ai nostri progetti. Però SERVOMUTO ha un sottotitolo: PURO STILE ITALIANO… C’è sempre una vena autoironica, ma anche una sottolineatura, una provenienza alla quale teniamo.
Artigiani metropolitani? Writers sartoriali? Osservando i vostri paralumi ho queste sensazioni. Sto fantasticando troppo? C’è una trasversalità di temi sicuramente, l’ intento di rendere contemporaneo un linguaggio passato. Facciamo, proviamo e scegliamo come fare,  lavoriamo solo con artigiani ma i trattamenti e i materiali industriali ci interessano perché creano ambiguità.
Fate ricerca, si vede in ogni dettaglio. Sicuramente andrete in luoghi come mercatini o rigattieri. Pensate di trovare un giorno tra una luce Flos, oppure una Gio Ponti, una della serie Meringhe di Servomuto. Ci avete pensato? Giorni fa ho trovato su una piattaforma online che trattava “usato”,  una lampada: marca SERVOMUTO, non è un buon segno?
Prima di oggi eravate un graphic designer e un architetto. Domanda di rito, progetti da accendere prossimamente? A gennaio un pop up shop a “le bon marché”, Parigi, dove avremo occasione di presentarci al pubblico francese per la prima volta. Poi arriverà il momento del Fuorisalone a Milano.

Interview, M.P.